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Donare si può ? Gli Italiani e il mecenatismo culturale diffuso di Fabiana MENDIA

Attraversare le sale dei nostri musei e ammirare i capolavori del passato e quelli degli artisti contemporanei per ravvivare l'identità nazionale e riscoprire che quelli che un tempo erano considerati "templi della memoria" si possono leggere nel XXI secolo come metafore sociali e come mezzi attraverso i quali la società rappresenta il suo rapporto con la propria storia e con quella di altre culture.
Questo è uno degli scenari possibili che si apre davanti agli occhi degli assidui frequentatori delle collezioni esposte nei palazzi storici o negli spazi museali di più recente costruzione, insieme alla constatazione che il pubblico stimolato dall'offerta di mostre temporanee spettacolari e scientificamente ineccepibili affollano le sale espositive, le lezioni d'arte, gli approfondimenti tematici, i laboratori didattici. Ma quale futuro per i musei oggi, alla luce dei ridicoli finanziamenti pubblici, insufficienti per garantire la manutenzione ordinaria, l'apertura regolare delle sale, la catalogazione dei beni culturali? Questi alcuni dei temi affrontati dai relatori che hanno partecipato al convegno organizzato dall'Associazione Civita, in ricordo del compianto fondatore Gianfranco Imperatori, a Palazzo Poli, dedicato quest'anno in particolare a comprendere le motivazioni che spingono il cittadino a devolvere una parte del proprio denaro per sostenere le istituzioni che lavorano nei settori sociali, sanitario e del patrimonio artistico. Albino Ruberti, segretario generale di Civita, ha introdotto il tema di quest'anno "Donare si può ?

Gli Italiani e il mecenatismo culturale diffuso", al centro di un'indagine condotta dal Ministero dei Beni e le Attività Culturali. Tra i mille intervistati solo il 5,6 devolve mediamente 33 euro a beneficio del patrimonio artistico. Tra le cause? La poca chiarezza sulla sorte dei soldi donati e gli scarsi incentivi fiscali (19 %).

 

 

 

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