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Raffaello, grande "magister" di Fabiana MENDIA

Figlio d’arte, allievo e collaboratore di Perugino, “fan” di Leonardo e Michelangelo. A soli diciassette anni Raffaello, nato a Urbino nel 1483, viene nominato “magister”, che secondo il regolamento della Corporazione dei Pittori lo autorizzava a esercitare la propria attività. La sua grandezza che lo porta a essere l’interprete per eccellenza dell’ideale di bellezza classica, canonica accettata nel gusto di interi secoli di civiltà per cui non si distingue più il bello di natura con il bello artistico, consiste nell’assimilare all’interno del proprio stile gli elementi significativi di ciascun autore. Riesce a sintetizzare le indicazioni del padre Giovanni Santi, la grazia armonica del suo maestro ufficiale, il gusto decorativo del suo compagno di bottega Pinturicchio, la pacata e luminosa razionalità di Piero della Francesca, le vibrazioni luministiche di fra’ Bartolomeo, lo sfumato e la costruzione piramidale leonardesche, il dinamismo, la fermezza plastica dei volumi michelangioleschi all’interno del proprio stile non come citazioni, ma come parti integrate in modo organico. Farà così per tutta la sua vita conclusasi, rapida come un volo d’Icaro, a soli 37 anni.
La consacrazione di maestro rinascimentale si celebra con “La Scuola di Atene” nella biblioteca di Giulio II in Vaticano, nell’affresco in cui la storia del pensiero occidentale è raccontata attraverso un’assemblea di filosofi e intellettuali, guidati da Platone e Aristotele, a cui Raffaello cerca di far corrispondere a un atteggiamento un pensiero e in cui testimonia le sue capacità innovative, il suo riflettere in senso umanistico: un esempio assoluto di equilibrio tra misura, ritmo e movimento, tra figure e architettura, tra spazialità e compattezza. Vittorio Sgarbi alza il sipario sul maestro urbinate a questo punto: quando ci fa entrare nel mondo della filosofia antica e ci conduce dove il pensiero antico e quello moderno hanno trovato la loro conclusione (da domani in edicola, il 7° libro della collana “I maestri dell’arte”).
Raffello è chiamato ad affrescare le Stanze Vaticane al suo arrivo a Roma nel 1508, presentato al papa forse dal concittadino Bramante, architetto della nuova San Pietro, inserita nella “restauratio urbis” . Nello stesso anno Michelangelo monta i ponteggi nella Cappella Sistina. Un momento magico per l’artista per far brillare il suo talento e tradurre in raffinatezza d’immagini un’architettura di pensiero, portando con sé l’esperienza fiorentina (1504-1508), in cui ha dipinto Madonne dalla bellezza familiare e di grande virtù visiva (del Granduca, del Prato, del Cardellino) e una serie di ritratti divinamente umani.
In sei metri e mezzo riporta una scenografia immensa in cui dimostra che la pittura può superare la realtà, fingere con l’artificio quanto nella realtà non esiste ed esalta perfettamente l’ambizioso progetto di Giulio II, convinto sostenitore delle virtù dell’uomo, al punto da collocare la sapienza filosofica al livello della fede, in una sintesi di contemporaneo e passato.
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