Parole d'ordine: classicismo senza età, natura come miracolo, sensibilità per gli effetti della luce e del colore, inesauribile freschezza inventiva. Giovanni Bellini, protagonista della diciottesima monografia presentata da Vittorio Sgarbi (da domani in edicola con Il Messaggero) è l'interprete del profondo cambiamento nella pittura a Venezia tra Quattrocento e Cinquecento. Mai pago fino in fondo delle proprie sperimentazioni e dei traguardi professionali è sempre stato pronto ad accogliere stimoli esterni, come si manifesta già a partire dagli anni Cinquanta, quando si rivolge verso Padova, guardando da una parte a Mantegna e dall'altra a Donatello. E' figlio di Jacopo, che nella Serenissima insieme ad Antonio Vivarini sono considerati i principali esponenti di quella corrente artistica definita "Rinascimento umbratile": una pittura malinconica, che si esprime in forme delicate, con colori chiari. Le prime opere ("Madonna greca", "Pietà" di Carrara) nacquero all'ombra di suo padre e il percorso del giovane si svolse inizialmente in parallelo a quello del fratello Gentile, che divenne col tempo il più raffinato e importante ritrattista ufficiale e specialista nei grandi "teleri", risposta lagunare alla pittura ad affresco, non adatta sulle umide pareti veneziane.