Piaceva ai giovani di talento perché andava controcorrente. Lo imitavano perché la sua tecnica era formidabile, "facile" e di forte impatto visivo. Primo: non si disegnava. Secondo: il modello era il fulcro della composizione. E, poi il metodo di dipingere, sperimentato e di sicuro effetto, che però condizionava l'artista-neofita a scegliere uno "studio" idoneo: le finestre in alto con scuri direzionabili sulle figure in posa, indispensabili per creare quei fasci di luce che hanno segnato un'epoca. Un solo nome, Caravaggio, il lombardo venuto a Roma nel 1592, entrato a bottega del Cavalier d'Arpino e scelto per dipingere quadri di fiori e frutta, richiestissimi dalla committenza; e poi dopo pochi mesi, per un diverbio e per il suo temperamento "tempestoso", costretto ad andare via. E messosi in proprio, un escalation di successi, conteso tra il cardinale Del Monte e il marchese Giustiniani. Non amava circondarsi di allievi a cui trasferirire i "segreti del mestiere", ma aveva amici pittori, complici di bagarre e vicende di donne.