Forme organiche, sculture segnaletiche della radice umana, di simboli, di certezze. L'assolutezza del cerchio, della sfera, dei loro significati di forze, di motori generatrici dell'universo, della vita nelle opere grandi, enormi, a volte incombenti collocate nel cuore della Città Eterna (al Colosseo, piazze Barberini e San Lorenzo in Lucina, cortili di Palazzo Altemps e Massimo alle Terme) a memorizzare all'uomo i motivi centrali della sua storia e della sua esistenza. Messaggero di pace, a sostegno di un'idea partita sette anni fa, Jimènez Deredia, residente in Italia dal 1974, immerso nel periodo della formazione nella dimensione ascetica michelangiolesca e rinascimentale toscana, ha individuato nella capitale una delle mete significative del suo percorso spirituale, che con la consapevolezza e il coraggio dell'utopia lo hanno portato a inaugurare ieri, in un'abbagliante e ventilata giornata di sole, la mattina al Palazzo delle Esposizioni e nel pomeriggio ai Fori, la sua rivisitazione artistica delle culture dell'America indigena. 