Una tensione costante, un invito a costruire una narrazione da ciascun dipinto attraverso l’uso reiterato di figure geometriche nette, perfettamente tridimensionali, che acquistano monumentalità grazie all’intervento della luce e delle ombre, di scorci in cui la morfologia della terra è ben visibile: i pascoli di Cape Ann, le dune ondulate di Cape Cod, le colline del Vermont. Coppie nottambule in un ristorante all’angolo di due strade del Greenwich Village a New York, vetrine di negozi di città deserte, fuori del tempo, donne nude e seminude che guardano fuori delle finestre di hotel e appartamenti assolati, assorte e turbate, di giorno, all’imbrunire e che di notte, invece, sono inconsapevoli attrici davanti allo sguardo dell’artista, che interpreta il ruolo del regista invisibile. Il sipario rosso opaco, colore amato da Edward Hopper (1882-1967) e presente spesso nelle sue tele, si è alzato, venerdì mattina, frusciante, discreto, a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, sulla presentazione della prima grande mostra in Italia sul maggiore esponente del realismo americano del XX secolo. Il sindaco Letizia Moratti e l’assessore alla Cultura Massimiliano Finazzer Floris hanno illustrato il percorso espositivo (curato da Carter Foster, conservatore del Whitney Museum, che ha concesso una parte della sua collezione, organizzazione Arthemisia)e annunciato la data della rassegna, fissata per il 15 ottobre a Palazzo Reale e che sarà, successivamente, inaugurata il 24 febbraio a Roma alla Fondazione Roma Museo. 