Uomini veri, giusti, di una società civile, laica che discutono dell'attualità politica, che è drammatica. Scelgono la piazza come teatro naturale dei loro incontri. Li ha dipinti Masaccio, protagonista dell'ultima monografia presentata da Vittorio Sgarbi, (da domani in edicola con "Il Messaggero") nella Cappella Brancacci con richiami alla classicità antica che non deve però far pensare a una sua romanizzazione convinta, stimolata è vero dal suo viaggio culturale a Roma con Masolino nel 1425, ma che deve essere interpretato invece in altro modo: le sue figure hanno espressioni severe, contenute perchè rappresentano un orgoglioso sentimento cittadino, negli anni in cui Firenze difende la sua indipendenza repubblicana contro i Visconti. Insieme a un ristretto gruppo di artisti Brunelleschi, Nanni di Banco, Donatello, l'arte raggiunge a Firenze nel primo quarto del XV secolo, tramite l'espressione estetica, l'elemento etico, l'obiettivo di dare una nuova immagine dell'uomo e di assumere una posizione di predominio sulle altre attività dello spirito, di affermare il primato della vita attiva su quella contemplativa. Il paradosso della sua parabola artistica che si conclude a 27 anni, si evidenzia nell'essere prescelto per realizzare due importanti commissioni da Masolino, uno dei pionieri del Gotico Internazionale.