Un agente per amico. Pietro Aretino, letterato e commentatore mordace, dopo la calata dei Lanzichenecchi di Carlo V fugge da Roma nel 1527 e arrivato a Venezia stringe un solido sodalizio con Tiziano, protagonista della quindicesima monografia presentata da Vittorio Sgarbi, da domani in edicola con "Il Messaggero", il pittore più celebre della Serenissima e l'artefice dell'elevazione del ruolo dell'artista da "artigiano" a "professionista". Prima di raggiungere i vertici, diventare il pittore ufficiale degli Asburgo, ricercato ritrattista alle corti degli Estensi, dei Gonzaga, dei della Rovere e dei Farnese, frequenta le botteghe del mosaicista Zuccato, di Gentile e Giovanni Bellini e nel 1508 incontra Giorgione con cui lavora al Fondaco dei Tedeschi. La sua giovinezza ruota intorno alla collaborazione al fianco del pittore di Castelfranco e le affinità artistiche sono così simbiotiche da creare incertezze sull'attribuzione tra maestro e allievo delle opere del primo decennio del '500; come "Il Concerto interrotto", "Il Concerto campestre" e le "Tre età dell'uomo". Nei ritratti, l'assimilazione dello stile è ancora più eclatante: Tiziano copia l'impostazione della figura a mezzobusto, vista di tre quarti e la resa precisa dei dettagli. Valga per tutti, il "Ritratto d'uomo" della National Gallery che si richiama alla "Vecchia" di Giorgione.